L’AI Act e il paradosso dei contenuti: se tutto è artificiale, niente è più umano
La Stampa · Bruno Ruffilli ·
Le filigrane digitali rischiano di mettere sullo stesso piano testi interamente generati dall’intelligenza artificiale e contenuti semplicemente revisionati. U…
Manca poco e non ci sarà più un solo contenuto testuale che non risulterà marcato come generato con l’AI, a prescindere dal fatto che il suo autore si sia limitato a usare un servizio di intelligenza artificiale generativa solo per una revisione o per scriverlo completamente.
È il risultato dell’applicazione di una disposizione dell’AI Act, il regolamento europeo in materia, secondo la quale «I fornitori di sistemi di IA, compresi i sistemi di IA per finalità generali, che generano contenuti audio, immagine, video o testuali sintetici, garantiscono che gli output del sistema di IA siano marcati in un formato leggibile meccanicamente e rilevabili come generati o manipolati artificialmente» [art. 50, paragrafo 2].
Ambigua la norma, infelice l’applicazione, gravi, se non insostenibili, le conseguenze. Quello che sta accadendo, infatti, è che i fornitori di servizi di intelligenza artificiale generativa, ChatGPT, Claude, Gemini AI ecc., tanto per intendersi, stanno iniziando a inserire in tutti i contenuti che escono dalle loro chat con gli utenti una filigrana, invisibile all’occhio umano ma identificabile attraverso apposite soluzioni informatiche, che, appunto, marca il contenuto come, indifferentemente, generato o modificato attraverso il proprio servizio.
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