Se il lavoro non basta per sopravvivere, a Milano esplode il fenomeno “working poor”

La Stampa · Nadia Ferrigo ·

Nel capoluogo lombardo la percentuale di chi scivola nella povertà anche se può contare su un reddito mensile è al 30%, quella nazionale al 17%

«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» recita la Costituzione. Ma che capita se il lavoro è così povero e la vita così cara che le file alle mense francescane si ingrossano con calzoni sporchi di calce e mani rovinate dalla fatica che comunque per arrivare a fine mese non basta? Dai numeri raccolti dall’Osservatorio 2026 di Operazione Pane, la Campagna di Antoniano che sostiene 20 mense francescane in Italia e 5 nel mondo, emerge che a Milano le persone supportate sono un terzo in meno dello scorso anno, con una crescita imponente – più 65% – dei working poor, cioè chi non guadagna abbastanza da superare la soglia di povertà pur avendo un’entrata mensile. A livello nazionale sono il 17% delle persone supportate – erano il 12% lo scorso anno – mentre nel capoluogo lombardo rappresentano il 30% delle persone prese in carico dalla rete.

«Parliamo di persone che non possono più immaginare una vita autonoma anche se hanno una casa o un lavoro – spiega il direttore di Antoniano fra Giampaolo Cavalli -. Sono lavoratori del settore delle pulizie, manovali, con lavori temporanei e che si trovano a dover scegliere tra fare la spesa e comprare una medicina o pagare l’affitto. Circa il 60 per cento non ha il mio stesso colore della pelle, ma come posso definire una persona che da vent’anni vive in Italia uno straniero? Spesso non hanno attorno a loro una rete consolidate che li possa sostenere nei momenti di difficoltà. Noi con gioia e leggerezza offriamo loro un buon pasto, li facciamo sentire i benvenuti. Vogliono poter costruire un futuro per le loro famiglie, permettersi di sognare un futuro migliore».

«Conflitti, aumento delle spese “non comprimibili” come energia, riscaldamento e benzina di oltre il 30 % e crisi climatica, che ha un impatto differente sulle persone più povere, e mutamento delle strutture familiari che non riescono più a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale hanno cambiato la povertà, che oggi ha nuovi e diversi volti – spiega la sociologa e ricercatrice Chiara Lodi Rizzini, specializzata nello studio di politiche sociali, welfare e contrasto alla povertà -. Se prima c'era una polarizzazione tra la totale sicurezza economica e la totale insicurezza, oggi aumentano le "gradazioni di povertà". Ci sono i poveri, i temporaneamente poveri e i vulnerabili». Come si può scivolare da una categoria all’altra lo spiega Maurizio Bonomi, presidente del Comitato della Regione Lombardia di Croce Rossa Italiana intervenuto all’incontro “I tanti volti della povertà: un dialogo sulle nuove fragilità sociali” promosso dall’Antoniano di Bologna. «Parliamo di una povertà che non si riconosce al primo sguardo. Sono famiglie con casa e lavoro che erano autonome e per la prima volta, superando vergogna e solitudine, si trovano a dover chiedere aiuto - racconta Bonomi –. Può bastare un qualsiasi imprevisto, un incidente, un problema di salute. Per loro il lavoro non equivale più a sicurezza e autonomia».

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