Dopo il voto di Midterm un congresso meno “pro Israele” ma le relazioni restano strette

La Stampa · Alberto Simoni ·

I dubbi di repubblicani e democratici: ecco come potrebbero cambiare le relazioni tra i due Paesi

“Cambiare la nostra relazione con Israele”. Quando JD Vance ha postato su X la sua riflessione sulle ragioni della sconfitta repubblicana alle Midterm ed indicato una bussola per il futuro, ha messo in discussione il sostegno “indiscusso” statunitense a Israele. E trovato il plauso, più o meno esplicito, bipartisan. Curioso che la posizione del vicepresidente abbia in Abdul El Sayed, primo senatore musulmano della storia, uno sponsor. La realtà è che le parole di Vance, le più forti contro lo Stato Ebraico e la relazione con gli Usa, dal 1991 sono figlie di un clima politico e nella società Usa mutato negli ultimi tre anni in seguito all’attentato del 7 ottobre di Hamas.

La posizione di Vance ha trovato anche il sostegno di Don Donald junior. Martedì a urne aperte, il presidente Trump aveva fatto un altrettanto insolito annuncio dichiarando l’intenzione di bloccare i 4 miliardi di dollari annui per l’assistenza militare Usa all’alleato israeliano.

Il prossimo Congresso a maggioranza democratica avrà non solo in El Sayed un fiero avversario di Israele, ma potrà contare su un aumento di deputati e senatori critici nei confronti dello Stato ebraico. Troy Jackson, neo senatore del Maine e James Talarico, Texas, in campagna elettorale hanno promosso lo stop alla vendita di armi a Israele e nello stesso campo trumpiano c’è chi punta contro Israele e il pressing di Netanyahu su Trump per muovere guerra all’Iran una delle ragioni della sconfitta.

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