Enrico Ruggeri: «Amici cantanti? Pochi, preferivo Beccalossi. Sentii Madonna cantare nel 1983, pensavo fosse italiana e dissi: "Tra sei mesi questa torna a fare la commessa..."»

Corriere della Sera · Luca Bertelli ·

Ospite da Cattelan, a "Supernova", spara a zero sul suo X Factor («Era l'ultima edizione in Rai, ricordo pessimo») e parla a ruota libera anche dei colleghi. Su Morandi e Tozzi, con i quali vinse Sanremo nel 1987: «Umberto pagò una stanza al Principe di Savoia solo per farsi una doccia. Per Gianni la carriera è il 95% della sua sfera affettiva e emotiva: tanto di cappello, ma io non riuscirei a fare il concerto con Jovanotti pur di esserci, non è nella mia cifra».

Ospite da Cattelan, a "Supernova", spara a zero sul suo X Factor («Era l'ultima edizione in Rai, ricordo pessimo») e parla a ruota libera anche dei colleghi. Su Morandi e Tozzi, con i quali vinse Sanremo nel 1987: «Umberto pagò una stanza al Principe di Savoia solo per farsi una doccia. Per Gianni la carriera è il 95% della sua sfera affettiva e emotiva: tanto di cappello, ma io non riuscirei a fare il concerto con Jovanotti pur di esserci, non è nella mia cifra».

Quando giocava con la nazionale cantanti indossava il numero 10 dei fantasisti ma, ospite di Alessandro Cattelan nel podcast "Supernova", Enrico Ruggeri ha spaziato a tutto campo. Partendo dalla sua Milano, ha raccontato tutta la sua carriera e non ha fatto sconti a nessuno.

«Negli anni '60 ero veramente un bambino ed era una Milano da sogno: tutto esplodeva, il vicino comprava la televisione, quell'altro la lavatrice... era una città in crescita - racconta - Negli anni Settanta ero in un liceo che si chiamava Berchet, che era uno dei più turbolenti, quindi monotematico. Quelli del Partito Comunista erano considerati di destra, quelli di Comunione e Liberazione erano dei reietti, non si concepiva null'altro: erano anni anche violenti, però, per contro, devo dire che era una violenza fatta da gente che comunque credeva in qualcosa, i libri li leggeva, c'era anche quello che sprangava, quello che chiudeva la porta, però non c'era vuotezza. Io, quando la mia scuola era occupata – e succedeva almeno una volta alla settimana – andavo in cantina a suonare e trovavo gli altri, perché generalmente ce n'era uno che andava all'Einstein, quell'altro che andava in un altro liceo, e ti trovavi a suonare: c'era questo tacito accordo. Qualche manifestazione l'ho fatta, ma per tentare di rimorchiare».

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