Riti pagani e banchetti per gli dèi

La Stampa · Lara Loreti ·

«Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero». Così Totò nel 1964 nella sua ’A livella. Pur esorcizzando l’idea stessa della morte e piuttosto ragionando per tutto il resto dell’anno su come vivere più a lungo o meglio...

«Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero». Così Totò nel 1964 nella sua ’A livella. Pur esorcizzando l’idea stessa della morte e piuttosto ragionando per tutto il resto dell’anno su come vivere più a lungo o meglio fino al limite dell’immortalità, le festività dei defunti ci riportano alla cruda realtà: la caducità della vita. Che ci sia una vita oltre la morte fisica è un’idea comune in molte civiltà come quella egizia. Loro usavano stipare nelle tombe, specie nelle più sontuose piramidi, cibi, utensili e comodità varie, perfino carri per agevolare la vita oltre la vita. Ma la vita “oltre” non può seguire i canoni e la logica umana e non può avere gli stessi bisogni perché è “totaliter alter”.

Così come organizzare banchetti in onore degli dèi aveva lo scopo di avvicinare la persona umana alla divinità, così un tempo si consumavano alimenti nei luoghi dell’eterno riposo. Nell’antica Roma i riti pagani prevedevano libagioni e offerte di vittime, vino, latte, fiori, per i festeggiamenti dei parentalia (dal 13 al 21 febbraio). I primi cristiani, seppure con diverso significato, conservarono a lungo questi riti detti refrigerium, cioè agapi semi liturgiche in onore dei Martiri. Poi diversi Concili: Laodicea (360-65), Ippona (383) e il 3° Concilio di Cartagine (397) lo vietarono nelle chiese, ma persistettero, come si evince dagli scritti di S. Agostino. «Come usava fare in Africa mia madre un giorno si era recata ai sepolcri dei santi portando focacce, pane e vino; ma il portiere gliene vietò l’ingresso tale proibizione veniva dal vescovo» (Confessioni libro VI, 2.2).

La tradizione italiana suggerisce cibi poveri e di stagione come castagne, zucche, verze, legumi, frutta secca, a sottolineare che l’estate ricca di colori è finita, arriva l’autunno. Al primo posto in questo periodo e un po’ ovunque troviamo i legumi, più largamente ceci e fave. Le fave hanno sempre avuto un legame con i defunti, alcuni come Greci e Romani e segnatamente i seguaci di Pitagora credevano ne contenessero le anime. I legumi oggi latitano dalle tavole degli italiani mentre invece sono salutari e forieri di longevità, buoni da consumare tutto l’anno.

Read the full story at La Stampa · All coverage of this story