Una storia di futuro

La Repubblica · Stefano Cappellini ·

C’è una frase che spesso ripetono i lettori storici di Repubblica: “Lo compro dal primo giorno in cui è uscito”. Era il 14 gennaio 1976. Spesso aggiungono: “Conservo ancora quel numero”. Pensate quanta cura è servita per custodire quei fogli di giornale e sottrarli al tempo che passa, ai traslochi, ai cambi di...

C’è una frase che spesso ripetono i lettori storici di Repubblica: “Lo compro dal primo giorno in cui è uscito”. Era il 14 gennaio 1976. Spesso aggiungono: “Conservo ancora quel numero”. Pensate quanta cura è servita per custodire quei fogli di giornale e sottrarli al tempo che passa, ai traslochi, ai cambi di vita, ai divorzi, agli imprevisti della vita.

Repubblica non è un giornale come gli altri. Intendiamoci, non significa che sta su un piedistallo. Il concetto è letterale: Repubblica è diversa. Lo dice la sua storia. Lo reclamano, soprattutto, le sue lettrici e i suoi lettori. Per avvicinarci al senso di questa unicità, potremmo chiedere aiuto a una celebre battuta di Nanni Moretti: siamo uguali agli altri ma siamo diversi. Questo è un quotidiano nato per radunare una comunità di persone che condividono un orizzonte civile, e non necessariamente le scelte elettorali o il gradimento su questo o quel leader, ma certamente chiedono un giornalismo rigoroso sui fatti e capace di poggiare su una tensione civile e politica: la giustizia sociale, i diritti, il progresso etico, la libertà. Non c’è fase recente della storia mondiale nella quale queste conquiste, nessuna esclusa, siano state messe così concretamente in discussione.

Un giornale che fin dal primo numero con quel titolo iconico - “è vuoto il palazzo del potere” - ha scelto di cambiare il giornalismo con l’idea di cambiare il Paese. Questa era l’idea del fondatore Eugenio Scalfari. Un quotidiano partigiano ma non fazioso. Essere partigiani significa avere sempre un punto di vista preciso sulle cose, un osservatorio che esprime valori per metterli alla prova e farli vivere. Essere faziosi, invece, significa rinunciare al dubbio. Significa non interrogarsi mai sulle contraddizioni del proprio campo e limitarsi a mettere in evidenza quelle del campo avversario. Significa non saper cogliere le sfumature che ogni notizia inevitabilmente porta con sé. Repubblica è nata per non assumere mai posizioni scontate. Vuole accompagnare, con intelligenza e con misura, dentro la complessità delle cose: per riflettere, per convincersi oppure anche per non convincersi, ma comunque per sottrarsi al clangore dello scontro tribale, quello privo di pensiero.

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