Il populismo non è ancora sconfitto
La Stampa · Giovanni Orsina ·
Che i repubblicani perdessero le elezioni di medio termine lo prevedevano tutti i sondaggi. Del resto, accade quasi sempre al partito del presidente. Non erano previste però le dimensioni della sconfitta, arrivata fin dentro Stati nei quali Donald Trump aveva stravinto appena due anni fa. Un tracollo di questa...
Che i repubblicani perdessero le elezioni di medio termine lo prevedevano tutti i sondaggi. Del resto, accade quasi sempre al partito del presidente. Non erano previste però le dimensioni della sconfitta, arrivata fin dentro Stati nei quali Donald Trump aveva stravinto appena due anni fa. Un tracollo di questa misura ci dice qualcosa sullo stato di salute del trumpismo, fenomeno non soltanto americano ma globale, e a ben vedere pure sulle condizioni della politica nelle democrazie avanzate.
Il trumpismo è stato innanzitutto una reazione contro l’ordine individualista e globalista uscito dalla fine della Guerra Fredda, contro le élite che lo amministravano e contro le ipocrisie che lo sorreggevano. Sbaglierebbe chi affermasse che in questi ultimi due anni non abbia ottenuto nulla. Ha tolto a quell’ordine, che per la verità era malato da tempo, quel che restava della sua legittimità, e ha spostato il senso comune. Molte cose che dieci anni fa non si potevano dire oggi si dicono, e si fanno, non soltanto negli Stati Uniti.
Non è riuscito a scardinare del tutto quell’assetto, però: pur delegittimata, la macchina dell’integrazione globale ha continuato a funzionare, perché è troppo complessa, interconnessa e resistente per esser abbattuta da un solo governo, fosse pure quello della superpotenza. La controrivoluzione trumpiana ha cambiato il nostro mondo ma non lo ha rovesciato, né ha mai mostrato di avere idea di come sostituire quel che andava demolendo.
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