Il sanatorio post-sovietico, contromondo dei corpi che cercano la libertà

La Stampa · Andrea tarabbia ·

La poetessa Barbara Klicka scrive un romanzo stravagante e memorabile

Operata per un condrosarcoma alle cartilagini, Kamila, polacca di Varsavia, è obbligata, se non vuole perdere il sussidio statale, a trascorrere un periodo di riabilitazione nel Sanatorio del Sindacato degli Insegnanti Polacchi di Ciechocinek - la Montecatini di Polonia. Vi arriva, svogliata e titubante, ed è male accolta dal personale e dalle degenti, che la guardano con sospetto poiché è giovane e viene dalla capitale: «Non è il massimo», le dicono, dando vita a uno dei ritornelli su cui è costruito questo Sanatorium, romanzo breve e coraggioso, scritto da Barbara Klicka, poetessa quarantacinquenne con alle spalle un paio di libri in prosa e svariati riconoscimenti in patria. Il titolo originale, Zdrój, significa “fonte”, e il senso, anche sorgivo, di questo nome si perde nella versione italiana, a cura di Barbara Delfino, e pubblicata dalle edizioni torinesi Miraggi.

Bel libro però, insieme drammatico e buffo, bizzarro e cimiteriale: il sanatorio è un labirinto fatto di corridoi, pianerottoli, studi medici, stanze condivise, ed è completamente rivestito, in barba alle più comuni norme igieniche, di tappeti, che soffocano i rumori e ottundono i sensi. Vi si aggirano vecchie sfatte, che sembrano vivere qui da sempre, e dottoresse aggressive e indifferenti; tra loro, Kamila si muove come se temesse di fare o farsi male. Riceve sette inutili trattamenti al giorno e, a poco a poco, tra sogni inquieti e ansie carcerarie, comincia ad avvertire un’angoscia di cui, in letteratura, abbiamo già letto: i sanatori sono, infatti, luoghi letterari d’elezione da almeno un secolo e mezzo, e sono un motivo costante della letteratura dell’Europa centrale. La memoria va subito, ovviamente, alla Montagna incantata di Mann o alla Cascata di Vogel, ma anche a Tokarczuk che, di recente, ha scritto Empusium, pubblicato lo scorso anno da Bompiani. Questo per dire che il genere è ancora vivo a certe latitudini (e i personaggi di Klicka, in almeno una scena, sembrano consapevoli del fatto che la letteratura si occupa di quelli come loro). Pertanto, scegliere un istituto di cura come set per un libro significa, da un lato, appoggiarsi a una grande tradizione, dall’altro lanciare una sfida ai Maestri. E allora viene da chiedersi: che cosa dice Klicka di nuovo, sui sanatori? Qual è il suo contributo al genere?

Sanatorium è un romanzo di scene, a volte brevissime, legate tra loro per questioni d’ambiente e di temi, più che di storia. Quello che vi succede, infatti, è semplicissimo: una persona entra in un istituto di cura, incontra gli altri ammalati, i medici, i terapisti, gli infermieri, e poi torna a casa. Ma nel testo ci sono da subito alcune spie che dicono che il libro che stiamo leggendo è in realtà un oggetto diverso dal solito: anzitutto, l’età e il nome della protagonista sono evidentemente simbolici - Kamila ha 33 anni e porta un nome che comincia per K. E proprio il grottesco e l’assurdo crescono di pagina in pagina, mentre il corpo di questa donna, all’inizio in balia degli eventi, viene osservato, invidiato, toccato, massaggiato, indagato e diventa oggetto di congetture bizzarre e diagnosi folli. Nei luoghi neutri dell’istituto, dove nessuno la vede, Kamila incontra l’infermiere Piotr, l’unica figura che sembra in grado di provare empatia. Ma egli è una specie di odradek: spunta dai termosifoni ed è un essere disarticolato, che non compare mai per intero - e ora gli manca una mano, ora invece ha una protesi alla gamba; le parla soavemente e la tocca con lascivia e, forse, è la personificazione, gentile ma implacabile, della sua malattia. Kamila attraversa tutto questo con spavento e rabbia, ma anche ironia: capisce di trovarsi in un contromondo e vi si adatta, cercando un modo per non soccombere. Ricorda la sua infanzia, in gran parte trascorsa, per questioni respiratorie, in un altro sanatorio.

Read the full story at La Stampa · All coverage of this story