L’ossessione della Polonia per la verità dà lezioni di resistenza all’Occidente

La Stampa · Marco Filoni ·

Ironia, silenzio, esilio interiore: Luigi Marinelli mostra come gli intellettuali polacchi si sono difesi dalle menzogne di Stato

Questo libro non esiste. O meglio, è come la Polonia di quel genio benevolo di Alfred Jarry: è un po’ dappertutto e da nessuna parte. Perciò il libro si assimila al suo oggetto d’indagine: è ciò che è nascosto e insieme quel che si mostra nell’artificio mirabilissimo della parola, che in queste pagine risuona come l’eco d’un secolo intero speso a chiedersi, con Pilato, cos’è la verità? - sapendo però, a differenza del procuratore romano, di non potersene mai lavare le mani.

Le pagine di Luigi Marinelli sono indefinibili e sfuggenti, bellissime. Un libro d’eserghi e di poesia, che dietro gli slanci e le ossessioni per la Polonia (l’autore è slavista riconosciuto e fra i massimi conoscitori italiani della cultura polacca) cela una postura: senza mai ribadirlo esplicitamente, infatti, ritroviamo esemplificate nelle vicende di un paese cancellato dalle carte geografiche tra il 1795 e il 1918, poi risorto solo per essere nuovamente travolto da nazismo e comunismo, un diapason che dovrebbe accordare il compito dell’intellettuale, oggi. Già, perché quel metronomo che ha scandito le tragiche vicende polacche ha un controcanto: quello di filosofi e poeti, letterati e cineasti e artisti che non si sono fatti assediare, anzi si sono fatti impossessare dal demone della verità. È il senso del titolo del libro, nel quale risuona il capolavoro di Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata. La città assediata è Troia, Leopoli, Varsavia… ogni polis d’ogni tempo, perché per Marinelli è metafora di ogni comunità umana che difende, spesso invano, la propria verità dall’assedio della menzogna di stato. Herbert con i suoi versi fa da contrappunto a queste pagine: «parliamo da uomo a uomo / non è vero ciò che gridano i manifesti / portiamo la verità tra le labbra serrate» - e danno il senso, la misura di quella postura che si avverte leggendo, la «paura di chi, per tener fede foss’anche alla più giusta delle idee, è pronto a sacrificare perfino i rapporti umani più cari».

Il repertorio degli autori chiamati a raccolta - per la loro «tormentosa passione o perfino ossessione per il tema della verità, veracità, veridicità, verificabilità dei fatti e delle idee» - parte da Adam Mickiewicz e Cyprian Norwid, il paradigma romantico, per poi proseguire negli spunti offerti dalla «lunga e ampia riflessione nei drammi e nell’opera filosofica di Witkacy e nella prosa di Gombrowicz, nel teatro di Kantor e di Grotowski come nel grottesco delle commedie di Mrożek, nelle memorie sul Gulag e sulle prigioni sovietiche di Herling, Wat e Czapski, nei reportage di Kapuściński, ancora nei saggi e nelle liriche di Miłosz e nei capolavori poetici di Szymborska, Herbert, Różewicz, Zagajewski, o nei racconti di fantascienza e nei libri filosofici di Lem». E per ognuno scopriamo aneddoti spettacolari, storie minori eppure abbaglianti.

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